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La VOCE 2003 |
P R E C E D E N T E | S U C C E S S I V A |
La VOCE ANNO XXII N°7 | marzo 2003 | PAGINA b - 30 |
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segue da pag.29: 75 anni fa l’armata rossa liberava auschwitz.
la riabilitazione del fascismo e dei suoi crimini non è nuova, come attesta, ad esempio, la visita del presidente degli stati uniti, ronald reagan, e del cancelliere della repubblica federale di germania, helmut kohl, al cimitero delle "ss" (truppe d'assalto naziste) a bitburg, nel 1984. ma le campagne per imbiancare il fascismo, banalizzare l'ideologia fascista, la menzogna e la falsificazione storica, ottengono oggi una dimensione senza precedenti – di cui è parte la vergognosa risoluzione anticomunista adottata dal parlamento europeo lo scorso settembre o l'inaccettabile iniziativa di creare in portogallo un "museo" dedicato al dittatore salazar.
queste campagne dimostrano che, come nel xx secolo, settori del grande capitale stanno ora scommettendo nuovamente sull'attacco alle libertà, alla democrazia, alla sovranità, con la violenza e la guerra, per cercare di superare la crisi strutturale del capitalismo e fermare l'inevitabile resistenza del lavoratori e popoli di fronte all'assalto di questo brutale sistema di oppressione e sfruttamento. particolarmente cinica e perversa è la campagna per cercare, in nome della giusta condanna della crudele persecuzione nazista nei confronti degli ebrei, di giustificare i crimini del regime sionista israeliano contro il popolo palestinese e l'occupazione violenta e illegale dei territori palestinesi.
in un momento in cui l'umanità si trova di nuovo di fronte alla minaccia del fascismo e della guerra, il pcp, alzando lo stendardo della pace e della verità, della lotta contro le menzogne e la falsificazione storica, contro il fascismo e la guerra, fa appello alla coscienza e alla mobilitazione dei democratici e degli antifascisti perché mai più si ripetano auschwitz e gli orrori del nazifascismo e della guerra.
ci risiamo! ai comunisti ucraini viene definitivamente impedita la partecipazione alle elezioni
di mauro gemma per marx21.it.
dopo l’elezione del comico zelensky a presidente della repubblica, c’è stato chi ha sperato in un allentamento della stretta anticomunista di stampo fascista in ucraina.
e invece, ci risiamo con le persecuzioni e la repressione dell’attività dei militanti comunisti. che continuano ad essere accompagnate dalla continua riabilitazione dei criminali che avevano collaborato con i nazisti nella seconda guerra mondiale nello sterminio di ebrei, partigiani e soldati dell’armata rossa. oggi, gli sgherri di bandera (i pavolini e i farinacci dell’ucraina) vengono celebrati come “eroi nazionali”, a cui costruire monumenti in ogni città del paese.
in questo quadro sconfortante, il parlamento ucraino ha da poco definitivamente approvato un codice elettorale che esclude la possibilità per il partito comunista di ucraina (pcu) di partecipare a qualsiasi elezione nel paese, sia presidenziale, legislativa o locale.
il suddetto codice elettorale dell'ucraina è stato ratificato il 19 dicembre dal parlamento ed è entrato in vigore il 1° gennaio (e come è ormai prassi consolidata, nell’indifferenza totale delle istituzioni e dell’opinione pubblica occidentale, anche di quelle organizzazioni che si definiscono antifasciste e portatrici dei valori della resistenza europea contro il nazifascismo).
a questo proposito, il pcu ha pubblicato un documento, firmato dal primo segretario del comitato centrale del partito, petro simonenko, che illustra in dettaglio le caratteristiche di incostituzionalità della legislazione citata, che insiste sulla criminalizzazione del comunismo e sulla persecuzione contro i comunisti.
ciò è anche il frutto velenoso di risoluzioni, varate in sede internazionale, che equiparano fascismo e comunismo, come quella votata recentemente dalle forze della destra reazionaria e della “sinistra imperiale” (anche nelle sue componenti italiane) nel parlamento europeo.
"le elezioni sono il principale strumento di controllo del popolo ucraino sulle attività delle istituzioni politiche e pubbliche elette dai cittadini, nonché sull'attuazione dei programmi di sviluppo da parte delle autorità statali e delle entità locali autonome", sottolinea il testo firmato da simonenko.
“la costituzione dell'ucraina proclama il principio della democrazia per tutti e stabilisce il diritto naturale intrinseco di ogni cittadino ucraino a controllare il proprio stato; le elezioni democratiche sono l'indicatore più importante di uno stato e di una società civili ”.
in questo contesto le norme del codice elettorale ucraino approvate dal parlamento ucraino "ignorano gravemente e violano i diritti umani e civili e le libertà, invalidando le garanzie di democrazia sancite dal diritto nazionale e internazionale. tali norme – dichiara simonenko - limitano i diritti elettorali dei cittadini ucraini a causa della loro affiliazione al partito comunista di ucraina”.
ancora una volta, come marx21.it, intendiamo elevare la protesta più indignata nei confronti di questo nuovo procedimento liberticida delle autorità di kiev che colpisce i nostri compagni comunisti, augurandoci che altri, organizzazioni e singoli cittadini, contribuiscano anch’essi a rompere un silenzio sulla deriva fascistizzante di un regime che è stato portato al potere con un colpo di stato voluto da usa/ue/nato. un silenzio che sta diventando intollerabile oltre ogni misura e che non rende certo onore alle tradizioni democratiche dell’italia.
analisi della configurazione e della possibile evoluzione dell’attuale crisi in medio oriente.
il peggioramento della situazione in medio oriente dopo la morte del generale iraniano soleimanì e in seguito alla presentazione a washington del “deal of century” da parte di trump e netanyahu, impone di parlare ancora di quanto sta accadendo nella regione. lungi da voler abbandonare la scena gli stati uniti continuano a voler essere protagonisti in un scenario reso complicato dalla presenza di diversi e importanti attori, tra i quali, ankara, che, a mio avviso, sembra fungere sempre più da ago della bilancia soprattutto in siria. oggi pertanto mysterion vi offre un’interessante analisi del quadro e dell’eventuale sviluppo dello scacchiere mediorientale, che ci ha gentilmente fornito daniele perra, esperto di geopolitica e relazioni internazionali, che scrive per importanti testate online tra cui “eurasia”. ringrazio daniele per la collaborazione. buona lettura.
(la versione inglese dell’intervista è disponibile al seguente link: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=28063; tlaxcala è una rete di traduttori con la quale mysterion collabora).
intervista a daniele perra: di enrico sanna.
il 2020 si è aperto con due importantissimi eventi che hanno scosso lo scenario mondiale: l’uccisione del generale soleimanì, e l’annuncio da parte di tel aviv e di washington del “deal of century” o “piano del secolo”, il quale viene presentato dalle amministrazioni di usa e israele come la soluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese. che cosa sta succedendo in medio oriente? si sta andando verso la guerra contro l’iran? esiste un legame che colleghi i due eventi?
esiste indubbiamente un legame tra i due eventi. è noto che qassem soleimani stesse lavorando sotto traccia per stabilire una mediazione tra iran e le monarchie del golfo quantomeno per arrivare ad un “patto di non aggressione” tra i paesi della regione. una soluzione che era stata suggerita, a suo tempo, anche dal ministro degli esteri russo lavrov. eliminando soleimani, gli stati uniti hanno eliminato l’unico personaggio realmente capace di portare a compimento tale missione. il primo ministro iracheno, a questo proposito, ha confermato che soleimani si trovasse a baghdad in “veste diplomatica”. questa soluzione era naturalmente sgradita agli usa in quanto avrebbe ridotto la pressione su teheran e rovinato quello che è l’obiettivo fondamentale del cosiddetto “accordo del secolo”: aprire ad un riconoscimento “ufficiale” (visto che la collaborazione attraverso altri canali è già avanzata) di israele da parte di arabia saudita ed emirati arabi uniti in particolar modo. ciò garantirebbe di acuire ulteriormente la pressione sull’iran e di stabilire un fortissimo contrappeso alla possibilità del rafforzamento di un asse iran-iraq-siria-libano. personalmente non ritengo perseguibile una “via militare” nei confronti di teheran. gli stati uniti non stanno cercando lo scontro diretto. in primo luogo perché non possono permetterselo (in 19 anni non sono riusciti ad ottenere nulla in afghanistan, non oso immaginare quale possa essere l’esito di una “invasione” dell’iran). questo, infatti, comporterebbe il dispiegamento di un enorme contingente militare nella regione, grosse perdite ed una potenziale crisi globale determinata dalla possibilità della chiusura dello stretto di hormuz e dall’eventuale distruzione di numerose infrastrutture petrolifere. in secondo luogo, perché con l’assassinio di soleimani hanno già ottenuto quanto volevano: l’interruzione della suddetta “trattativa”. il fatto che l’amministrazione trump abbia ripetutamente mentito sulla presenza di feriti tra i militari statunitensi a seguito degli attacchi missilistici iraniani contro la base aerea di ayn al-asad in iraq ne è la più evidente dimostrazione. riconoscere (da subito) la presenza di feriti (o di decessi, che probabilmente ci sono stati) avrebbe inevitabilmente comportato la necessità di una nuova azione militare.
il regime sanzionatorio contro l’iran sta davvero isolando il paese, in particolare da partner come la cina (la quale sta investendo nel paese degli ayatollah per via della sua posizione strategica nel progetto della nuova via della seta) oppure no? se si sino a che punto? c’è il rischio di un cambio di regime?
sicuramente il regime sanzionatorio ha provocato gravi danni all’economia iraniana. a questo proposito è bene ricordare che i blocchi commerciali e le “sanzioni”, sin dalle guerre del peloponneso, vengono considerate alla stregua di conflitti a tutti gli effetti. quindi, potremmo tranquillamente affermare che una guerra contro l’iran è già in corso. al momento, il principale risultato ottenuto da washington è stato quello di minare i rapporti commerciali (ben avviati) tra unione europea ed iran e tra iran ed india (uno dei principali importatori di greggio iraniano). la posizione dell’india è interessante visto che esistono delle particolari affinità ideologiche (poco analizzate) tra la “destra” sionista, attualmente al potere in israele, ed il bharatiya janata party di narendra modi. questo sta portando al progressivo abbandono da parte dell’india del progetto north south transport corridor (che dovrebbe collegare l’india alla russia attraverso l’iran e l’azerbaigian e garantire un’alternativa più rapida al canale di suez) in favore del progetto infrastrutturale israeliano noto come trans-arabian corridor che, attraverso la pensiola arabica (altro motivo dietro al fantomatico “accordo del secolo”), dovrebbe spalancare a tel aviv le porte dell’oceano indiano. allo stesso tempo, l’iran può ancora godere dell’appoggio di russia e cina (anche se certa propaganda cerca di minare tali rapporti), ben consapevoli che, spesso e volentieri, le sanzioni nordamericane sono indirettamente rivolte anche contro di loro. l’aggressione all’iran, di fatto, è un attacco al cuore pulsante dell’eurasia. attacando l’iran (posizionato all’incrocio delle direttrici nord-sud ed est-ovest dello spazio eurasiatico), washington attacca l’intero progetto di integrazione di questo vasto continente percepito alla stregua di minaccia esistenziale dagli strateghi del pentagono (nicholas spykman docet). il rischio di cambio di regime rimane. è un progetto che washington difficilmente abbandonerà e che ritenterà periodicamente attraverso l’utilizzo della cospicua “quinta colonna” interna all’iran. tuttavia, la repubblica islamica, nel corso dei suoi oltre 40 anni di esistenza, ha prodotto degli efficaci anticorpi contro quella che jalal al-e-ahmad chiamava gharbzadegi (intossicazione da occidente).
qual è il ruolo giocato da erdogan in medio oriente e da che parte sta, visto che sembra giocare su fronti contrapposti? (chiusura del mar nero a navi nato, sostegno economico e politico all’ucraina, appoggio ad al serraj, ecc.). è possibile che il doppio gioco sia finto e voluto dagli usa?
il ruolo di erdogan è estremamente ambiguo. il presidente siriano bashar al-asad lo ha definito come “colui che ha avuto maggiore successo nell’essere una pedina nelle mani del suo padrone americano”. di fatto, a prescindere dalla retorica ufficiale concetratasi esclusivamente sulla questione curda (e sul presunto tradimento della loro causa da parte di washington), l’azione turca in siria, prolungando ad oltranza la guerra e la destabilizzazione del paese levantino, è stata da subito percepita con estremo favore dal pentagono. basti pensare che la turchia, in siria, continua ad agire sotto l’ombrello della nato che garantisce la difesa del suo spazio aereo attraverso il dispiegamento di diverse batterie missilistiche patriot lungo i suoi confini. e, nonostante ankara e tel aviv vengano percepite come in aperto contrasto, è quasi sorprendente come ad ogni avanzata siriana sul fronte di idlib faccia da contrappeso un nuovo attacco aereo israeliano in siria. non scopriamo di certo oggi il sostegno che l’occidente e la turchia hanno fornito ai gruppi terroristici che si oppongono al legittimo governo di damasco. meno chiaro è il rapporto che ankara intrattiene con la russia. in questo caso, ad una saldatura commerciale sempre più evidente ed avanzata (ad esempio, lo sviluppo del progetto turkstream nato in sostituzione del southstream apertamente boicottato dagli stati uniti) fa da contraltare l’opposizione tra i due paesi in diversi teatri di conflitto: dalla siria all’ucraina, fino alla libia (sebbene il caso libico meriti alcune precisazioni). e non è da escludere che, oltre alle pretese sub-imperialiste di erdogan, attori terzi “giochino” ad esarcerbare gli animi in questi diversi “teatri” per fare in modo che pure la suddetta saldatura si spezzi rapidamente. ora, gli accordi presi a sochi tra erdogan e putin prevedevano il disarmo dei gruppi terroristici attivi nella regione di idlib. la turchia, non solo non ha ottemperato ai doveri previsti dall’accordo, ma ha proseguito nel rifornimento ai miliziani gihadisti (che proprio in queste ore stanno ripetutamente prendendo di mira i militari russi in siria) e continua a considerare l’area alla stregua di parte integrante del territorio turco. ad idlib sventolano le bandiere turche e le strade sono “decorate” dai ritratti di erdogan. in pratica, erdogan chiede ai siriani di ritirarsi dalla siria. lo scenario libico è ben più complesso. l’accordo tra turchia ed il gan – governo di accordo nazionale di tripoli sulla delimitazione dei confini marittimi, tagliando in due il mediterraneo orientale, di fatto, nel breve periodo fa un favore indiretto alla russia mettendo in quarantena il progetto israelo-greco-cipriota (con supporto nordamericano) del gasdotto eastmed, studiato per sganciare l’europa dalla dipendenza energetica dalla russia. tuttavia, allo stesso tempo, la nuova infiltrazione gihadista in libia sostenuta da ankara mette in crisi il progetto di costruzione di un “trinagolo russo” nel mediterraneo orientale (comprendente teoricamente libia, egitto e siria) volto a mettere in crisi l’egemonia dell’asse washington-riad-tel aviv e, in particolar modo, lo strapotere del duopolio washington-riad sul mercato petrolifero. dunque, se è vero che ankara sta cercando una qualche autonomia all’interno dell’alleanza atlantica; è altrettanto vero che il più delle volte le sue azioni finiscono per favorire proprio la strategia della nato. lo stesso trasferimento di miliziani e mercenari dalla siria alla libia ha un enorme potenziale di destabilizzazione per i paesi confinanti e, soprattutto, per l’area del sahel: altra regione geografica in cui francia e usa stanno cercando di limitare la penetrazione sino-russa.
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Segue da Pag.29: 75 anni fa l’Armata Rossa liberava Auschwitz
La riabilitazione del fascismo e dei suoi crimini non è nuova, come attesta, ad esempio, la visita del presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, e del cancelliere della Repubblica Federale di Germania, Helmut Kohl, al cimitero delle "SS" (truppe d'assalto naziste) a Bitburg, nel 1984. Ma le campagne per imbiancare il fascismo, banalizzare l'ideologia fascista, la menzogna e la falsificazione storica, ottengono oggi una dimensione senza precedenti – di cui è parte la vergognosa risoluzione anticomunista adottata dal Parlamento europeo lo scorso settembre o l'inaccettabile iniziativa di creare in Portogallo un "museo" dedicato al dittatore Salazar. Queste campagne dimostrano che, come nel XX secolo, settori del grande capitale stanno ora scommettendo nuovamente sull'attacco alle libertà, alla democrazia, alla sovranità, con la violenza e la guerra, per cercare di superare la crisi strutturale del capitalismo e fermare l'inevitabile resistenza del lavoratori e popoli di fronte all'assalto di questo brutale sistema di oppressione e sfruttamento. Particolarmente cinica e perversa è la campagna per cercare, in nome della giusta condanna della crudele persecuzione nazista nei confronti degli ebrei, di giustificare i crimini del regime sionista israeliano contro il popolo palestinese e l'occupazione violenta e illegale dei territori palestinesi. In un momento in cui l'umanità si trova di nuovo di fronte alla minaccia del fascismo e della guerra, il PCP, alzando lo stendardo della pace e della verità, della lotta contro le menzogne e la falsificazione storica, contro il fascismo e la guerra, fa appello alla coscienza e alla mobilitazione dei democratici e degli antifascisti perché mai più si ripetano Auschwitz e gli orrori del nazifascismo e della guerra. Ci risiamo! Ai comunisti ucraini viene definitivamente impedita la partecipazione alle elezioni![]() Dopo l’elezione del comico Zelensky a presidente della Repubblica, c’è stato chi ha sperato in un allentamento della stretta anticomunista di stampo fascista in Ucraina. E invece, ci risiamo con le persecuzioni e la repressione dell’attività dei militanti comunisti. Che continuano ad essere accompagnate dalla continua riabilitazione dei criminali che avevano collaborato con i nazisti nella Seconda Guerra Mondiale nello sterminio di ebrei, partigiani e soldati dell’Armata Rossa. Oggi, gli sgherri di Bandera (i Pavolini e i Farinacci dell’Ucraina) vengono celebrati come “eroi nazionali”, a cui costruire monumenti in ogni città del paese. In questo quadro sconfortante, il parlamento ucraino ha da poco definitivamente approvato un codice elettorale che esclude la possibilità per il Partito Comunista di Ucraina (PCU) di partecipare a qualsiasi elezione nel paese, sia presidenziale, legislativa o locale. Il suddetto codice elettorale dell'Ucraina è stato ratificato il 19 dicembre dal parlamento ed è entrato in vigore il 1° gennaio (e come è ormai prassi consolidata, nell’indifferenza totale delle istituzioni e dell’opinione pubblica occidentale, anche di quelle organizzazioni che si definiscono antifasciste e portatrici dei valori della Resistenza europea contro il nazifascismo). A questo proposito, il PCU ha pubblicato un documento, firmato dal primo segretario del Comitato Centrale del partito, Petro Simonenko, che illustra in dettaglio le caratteristiche di incostituzionalità della legislazione citata, che insiste sulla criminalizzazione del comunismo e sulla persecuzione contro i comunisti. Ciò è anche il frutto velenoso di risoluzioni, varate in sede internazionale, che equiparano fascismo e comunismo, come quella votata recentemente dalle forze della destra reazionaria e della “sinistra imperiale” (anche nelle sue componenti italiane) nel Parlamento Europeo. "Le elezioni sono il principale strumento di controllo del popolo ucraino sulle attività delle istituzioni politiche e pubbliche elette dai cittadini, nonché sull'attuazione dei programmi di sviluppo da parte delle autorità statali e delle entità locali autonome", sottolinea il testo firmato da Simonenko. “La Costituzione dell'Ucraina proclama il principio della democrazia per tutti e stabilisce il diritto naturale intrinseco di ogni cittadino ucraino a controllare il proprio Stato; le elezioni democratiche sono l'indicatore più importante di uno Stato e di una società civili ”. In questo contesto le norme del codice elettorale ucraino approvate dal parlamento ucraino "ignorano gravemente e violano i diritti umani e civili e le libertà, invalidando le garanzie di democrazia sancite dal diritto nazionale e internazionale. Tali norme – dichiara Simonenko - limitano i diritti elettorali dei cittadini ucraini a causa della loro affiliazione al Partito Comunista di Ucraina”. Ancora una volta, come Marx21.it, intendiamo elevare la protesta più indignata nei confronti di questo nuovo procedimento liberticida delle autorità di Kiev che colpisce i nostri compagni comunisti, augurandoci che altri, organizzazioni e singoli cittadini, contribuiscano anch’essi a rompere un silenzio sulla deriva fascistizzante di un regime che è stato portato al potere con un colpo di Stato voluto da USA/UE/NATO. Un silenzio che sta diventando intollerabile oltre ogni misura e che non rende certo onore alle tradizioni democratiche dell’Italia. Analisi della configurazione e della possibile evoluzione dell’attuale crisi in Medio Oriente.![]() |
Il peggioramento della situazione in Medio Oriente dopo la morte del generale iraniano Soleimanì e in seguito alla presentazione a Washington del “Deal of Century” da parte di Trump e Netanyahu, impone di parlare ancora di quanto sta accadendo nella regione. Lungi da voler abbandonare la scena gli Stati Uniti continuano a voler essere protagonisti in un scenario reso complicato dalla presenza di diversi e importanti attori, tra i quali, Ankara, che, a mio avviso, sembra fungere sempre più da ago della bilancia soprattutto in Siria. Oggi pertanto Mysterion vi offre un’interessante analisi del quadro e dell’eventuale sviluppo dello scacchiere mediorientale, che ci ha gentilmente fornito Daniele Perra, esperto di geopolitica e relazioni internazionali, che scrive per importanti testate online tra cui “Eurasia”. Ringrazio Daniele per la collaborazione. Buona lettura.
(La versione inglese dell’intervista è disponibile al seguente link: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=28063; Tlaxcala è una rete di traduttori con la quale Mysterion collabora). Intervista a Daniele Perra: di Enrico Sanna Il 2020 si è aperto con due importantissimi eventi che hanno scosso lo scenario mondiale: l’uccisione del generale Soleimanì, e l’annuncio da parte di Tel Aviv e di Washington del “Deal of Century” o “Piano del Secolo”, il quale viene presentato dalle amministrazioni di USA e Israele come la soluzione definitiva del conflitto Israelo-Palestinese. Che cosa sta succedendo in Medio Oriente? Si sta andando verso la Guerra contro l’Iran? Esiste un legame che colleghi i due eventi? Esiste indubbiamente un legame tra i due eventi. È noto che Qassem Soleimani stesse lavorando sotto traccia per stabilire una mediazione tra Iran e le monarchie del Golfo quantomeno per arrivare ad un “patto di non aggressione” tra i Paesi della regione. Una soluzione che era stata suggerita, a suo tempo, anche dal Ministro degli Esteri russo Lavrov. Eliminando Soleimani, gli Stati Uniti hanno eliminato l’unico personaggio realmente capace di portare a compimento tale missione. Il Primo Ministro iracheno, a questo proposito, ha confermato che Soleimani si trovasse a Baghdad in “veste diplomatica”. Questa soluzione era naturalmente sgradita agli USA in quanto avrebbe ridotto la pressione su Teheran e rovinato quello che è l’obiettivo fondamentale del cosiddetto “accordo del secolo”: aprire ad un riconoscimento “ufficiale” (visto che la collaborazione attraverso altri canali è già avanzata) di Israele da parte di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in particolar modo. Ciò garantirebbe di acuire ulteriormente la pressione sull’Iran e di stabilire un fortissimo contrappeso alla possibilità del rafforzamento di un asse Iran-Iraq-Siria-Libano. Personalmente non ritengo perseguibile una “via militare” nei confronti di Teheran. Gli Stati Uniti non stanno cercando lo scontro diretto. In primo luogo perché non possono permetterselo (in 19 anni non sono riusciti ad ottenere nulla in Afghanistan, non oso immaginare quale possa essere l’esito di una “invasione” dell’Iran). Questo, infatti, comporterebbe il dispiegamento di un enorme contingente militare nella regione, grosse perdite ed una potenziale crisi globale determinata dalla possibilità della chiusura dello Stretto di Hormuz e dall’eventuale distruzione di numerose infrastrutture petrolifere. In secondo luogo, perché con l’assassinio di Soleimani hanno già ottenuto quanto volevano: l’interruzione della suddetta “trattativa”. Il fatto che l’amministrazione Trump abbia ripetutamente mentito sulla presenza di feriti tra i militari statunitensi a seguito degli attacchi missilistici iraniani contro la base aerea di Ayn al-Asad in Iraq ne è la più evidente dimostrazione. Riconoscere (da subito) la presenza di feriti (o di decessi, che probabilmente ci sono stati) avrebbe inevitabilmente comportato la necessità di una nuova azione militare. Il regime sanzionatorio contro l’Iran sta davvero isolando il Paese, in particolare da partner come la Cina (la quale sta investendo nel Paese degli Ayatollah per via della sua posizione strategica nel progetto della Nuova Via della Seta) oppure no? Se si sino a che punto? C’è il rischio di un cambio di regime? Sicuramente il regime sanzionatorio ha provocato gravi danni all’economia iraniana. A questo proposito è bene ricordare che i blocchi commerciali e le “sanzioni”, sin dalle Guerre del Peloponneso, vengono considerate alla stregua di conflitti a tutti gli effetti. Quindi, potremmo tranquillamente affermare che una guerra contro l’Iran è già in corso. Al momento, il principale risultato ottenuto da Washington è stato quello di minare i rapporti commerciali (ben avviati) tra Unione Europea ed Iran e tra Iran ed India (uno dei principali importatori di greggio iraniano). La posizione dell’India è interessante visto che esistono delle particolari affinità ideologiche (poco analizzate) tra la “destra” sionista, attualmente al potere in Israele, ed il Bharatiya Janata Party di Narendra Modi. Questo sta portando al progressivo abbandono da parte dell’India del progetto North South Transport Corridor (che dovrebbe collegare l’India alla Russia attraverso l’Iran e l’Azerbaigian e garantire un’alternativa più rapida al Canale di Suez) in favore del progetto infrastrutturale israeliano noto come Trans-Arabian Corridor che, attraverso la Pensiola Arabica (altro motivo dietro al fantomatico “accordo del secolo”), dovrebbe spalancare a Tel Aviv le porte dell’Oceano Indiano. Allo stesso tempo, l’Iran può ancora godere dell’appoggio di Russia e Cina (anche se certa propaganda cerca di minare tali rapporti), ben consapevoli che, spesso e volentieri, le sanzioni nordamericane sono indirettamente rivolte anche contro di loro. L’aggressione all’Iran, di fatto, è un attacco al cuore pulsante dell’Eurasia. Attacando l’Iran (posizionato all’incrocio delle direttrici Nord-Sud ed Est-Ovest dello spazio eurasiatico), Washington attacca l’intero progetto di integrazione di questo vasto continente percepito alla stregua di minaccia esistenziale dagli strateghi del Pentagono (Nicholas Spykman docet). Il rischio di cambio di regime rimane. È un progetto che Washington difficilmente abbandonerà e che ritenterà periodicamente attraverso l’utilizzo della cospicua “quinta colonna” interna all’Iran. Tuttavia, la Repubblica islamica, nel corso dei suoi oltre 40 anni di esistenza, ha prodotto degli efficaci anticorpi contro quella che Jalal Al-e-Ahmad chiamava gharbzadegi (intossicazione da Occidente). Qual è il ruolo giocato da Erdogan in Medio Oriente e da che parte sta, visto che sembra giocare su fronti contrapposti? (Chiusura del Mar Nero a navi Nato, sostegno economico e politico all’Ucraina, appoggio ad Al Serraj, ecc.). È possibile che il doppio gioco sia finto e voluto dagli USA? Il ruolo di Erdogan è estremamente ambiguo. Il Presidente siriano Bashar al-Asad lo ha definito come “colui che ha avuto maggiore successo nell’essere una pedina nelle mani del suo padrone americano”. Di fatto, a prescindere dalla retorica ufficiale concetratasi esclusivamente sulla questione curda (e sul presunto tradimento della loro causa da parte di Washington), l’azione turca in Siria, prolungando ad oltranza la guerra e la destabilizzazione del Paese levantino, è stata da subito percepita con estremo favore dal Pentagono. Basti pensare che la Turchia, in Siria, continua ad agire sotto l’ombrello della NATO che garantisce la difesa del suo spazio aereo attraverso il dispiegamento di diverse batterie missilistiche Patriot lungo i suoi confini. E, nonostante Ankara e Tel Aviv vengano percepite come in aperto contrasto, è quasi sorprendente come ad ogni avanzata siriana sul fronte di Idlib faccia da contrappeso un nuovo attacco aereo israeliano in Siria. Non scopriamo di certo oggi il sostegno che l’Occidente e la Turchia hanno fornito ai gruppi terroristici che si oppongono al legittimo governo di Damasco. Meno chiaro è il rapporto che Ankara intrattiene con la Russia. In questo caso, ad una saldatura commerciale sempre più evidente ed avanzata (ad esempio, lo sviluppo del progetto TurkStream nato in sostituzione del SouthStream apertamente boicottato dagli Stati Uniti) fa da contraltare l’opposizione tra i due Paesi in diversi teatri di conflitto: dalla Siria all’Ucraina, fino alla Libia (sebbene il caso libico meriti alcune precisazioni). E non è da escludere che, oltre alle pretese sub-imperialiste di Erdogan, attori terzi “giochino” ad esarcerbare gli animi in questi diversi “teatri” per fare in modo che pure la suddetta saldatura si spezzi rapidamente. Ora, gli accordi presi a Sochi tra Erdogan e Putin prevedevano il disarmo dei gruppi terroristici attivi nella regione di Idlib. La Turchia, non solo non ha ottemperato ai doveri previsti dall’accordo, ma ha proseguito nel rifornimento ai miliziani gihadisti (che proprio in queste ore stanno ripetutamente prendendo di mira i militari russi in Siria) e continua a considerare l’area alla stregua di parte integrante del territorio turco. Ad Idlib sventolano le bandiere turche e le strade sono “decorate” dai ritratti di Erdogan. In pratica, Erdogan chiede ai Siriani di ritirarsi dalla Siria. Lo scenario libico è ben più complesso. L’accordo tra Turchia ed il GAN – Governo di Accordo Nazionale di Tripoli sulla delimitazione dei confini marittimi, tagliando in due il Mediterraneo orientale, di fatto, nel breve periodo fa un favore indiretto alla Russia mettendo in quarantena il progetto israelo-greco-cipriota (con supporto nordamericano) del gasdotto EastMed, studiato per sganciare l’Europa dalla dipendenza energetica dalla Russia. Tuttavia, allo stesso tempo, la nuova infiltrazione gihadista in Libia sostenuta da Ankara mette in crisi il progetto di costruzione di un “trinagolo russo” nel Mediterraneo orientale (comprendente teoricamente Libia, Egitto e Siria) volto a mettere in crisi l’egemonia dell’asse Washington-Riad-Tel Aviv e, in particolar modo, lo strapotere del duopolio Washington-Riad sul mercato petrolifero. Dunque, se è vero che Ankara sta cercando una qualche autonomia all’interno dell’Alleanza Atlantica; è altrettanto vero che il più delle volte le sue azioni finiscono per favorire proprio la strategia della NATO. Lo stesso trasferimento di miliziani e mercenari dalla Siria alla Libia ha un enorme potenziale di destabilizzazione per i Paesi confinanti e, soprattutto, per l’area del Sahel: altra regione geografica in cui Francia e USA stanno cercando di limitare la penetrazione sino-russa. ..segue ./.
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