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La VOCE 1910

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La VOCE ANNO XXII N°2

ottobre 2019

PAGINA 6

Segue da Pag.5: RENATO FIORETTI - A volte ritornano

Comprensibile, quindi, che al momento opportuno, di fronte all’eventualità di un ritorno alle urne e il concreto rischio di una svolta autoritaria (con il rozzo Salvini che chiedeva di essere, addirittura, investito di “pieni poteri”) l’ipotesi di un’alleanza alternativa (Pd/M5S) per il governo del paese - pur tra innumerevoli elementi di dissidio ed antiche contrapposizioni - ha finito per rappresentare l’unica alternativa possibile.

Oggi, non torno sulle discussioni dei giorni che hanno preceduto la costituzione del nuovo Esecutivo - significherebbe anche perdersi tra le poco avvincenti definizioni di Conte 2, piuttosto che Conte bis - ma non si può non rilevare che, tra l’altro, esse hanno, purtroppo, prodotto il ritorno, in termini di grande “visibilità mediatica”, di Matteo Renzi.

Quello stesso che prima della sonora sconfitta sul referendum del dicembre 2016 aveva garantito che si sarebbe ritirato dalla vita politica e che, invece, con le sue truppe, tra Camera e Senato, si appresta a dare l’Ok per il nuovo governo ma, contemporaneamente, lancia malevoli segnali[5].

Intanto, credo che un ringraziamento particolare debba essere rivolto a Zingaretti.

Personalmente, sono dell’idea che il neo Segretario del Pd avrebbe gradito che si andasse alla consultazione elettorale, soprattutto per liberarsi della pesante zavorra rappresentata dai tantissimi parlamentari che fanno unicamente riferimento a Renzi (perché da lui, letteralmente, “nominati”).

Zingaretti però - a mio avviso - deve aver subito il pesante condizionamento del Capo dello Stato; assolutamente contrario a nuove elezioni.

Il suo sacrificio ha prodotto, infine, la nascita di un governo che se in termini cromatici, può, al massimo, definirsi giallo/rosa (se non, ancora più modestamente, “arancione”), in termini politici - rispetto al “peso” della rappresentanza del Pd - risponde unicamente a Renzi e, spiace dirlo, riconosce al suo Segretario nazionale un potere decisionale che, nella sostanza, corre il rischio di essere pari a zero.

In definitiva e in estrema sintesi, lo stato d’animo con il quale, a sinistra, è stato accolto il Conte 2, può essere adeguatamente rappresentato da un gran sospiro di sollievo - per lo scampato pericolo di un ulteriore declino morale e civile del nostro paese - e, contemporaneamente, dalla consapevolezza dell’esigenza di non abbandonare la condizione di “massima allerta”.

Da questo punto di vista, l’esperienza del Renzi I lascia, a mio giudizio, poco spazio all’ottimismo!

p.s.: al momento della stesura di questa nota, non erano ancora noti i nomi dei ministri componenti il Conte 2.

Renato Fioretti

NOTE
[1] Ds e Margherita
[2] fonte: “Mondoperaio” nr.7/8 del luglio/agosto 2014; articolo a cura di Claudio Petruccioli
[3] Fonte: “Pd e laicità”, di Elisabetta Canitano (maggio 2019)
[4] Il riferimento è, in particolare, alla durata massima dei contratti a termine, ridotta da 36 a 24 mesi e alla reintroduzione, in alcuni casi della c.d. “causale”; giusto D.L. 12/7/2018 nr. 87, convertito in legge 9/8/2018 nr.96
[5] Il riferimento è all’intervista, rilasciata il 1° settembre scorso, al quotidiano della Confindustria “Il Sole 24 Ore”; attraverso la quale l’ex Premier minaccia, senza mezzi termini, di far, eventualmente, mancare all’Esecutivo il sostegno dei “suoi”

La funzione in sé progressiva dei diritti umani in una prospettiva marxiana



Quando in una fase di decadenza del capitalismo cala l’egemonia della classe dirigente e si affermano forme di cesarismo regressivo, assumono importanza, persino secondo Marx, i diritti umani borghesi
di Renato Caputo

L’emancipazione politica, in quanto ha in sé in potenza il divenire strumento d’emancipazione sociale, è fortemente limitata dalla borghesia, secondo un modello che avrà fortuna dapprima in Europa con Bonaparte e Bismarck, per poi dilagare negli anni trenta del XX secolo in Europa, nel XXI secolo in Asia e America latina. Ciò costringe il proletariato a doversi battere o a dover difendere l’emancipazione politica, rischiando di finire per rilanciare sine die il passaggio alla decisiva lotta per l’emancipazione sociale ed economica.

Marx non può che irridere il legalitarismo dei democratici piccolo-borghesi che pretendono il rispetto di quelle regole che i loro stessi estensori non hanno pudore a violare apertamente. L’appello alla Costituzione che sancisce il legalitarismo non è sufficiente alla sua difesa, dal momento che il suffragio universale rappresenta una potenziale contraddizione degli intenti della Costituzione liberal-democratica, volta a garantire e universalizzare i rapporti di proprietà esistenti. Nel momento in cui il suffragio non risponde più a quest’ultimo scopo, anche il diritto costituzionale perde agli occhi della borghesia la sua ragion d’essere e, se ne ha la forza, essa cercherà “di regolare il diritto di voto in modo che esso abbia a volere ciò che è ragionevole, cioè il suo domino” [1]. Non è la forma giuridica sancita dalla Costituzione, ma sono i reali rapporti di forza fra le classi sociali a regolare il conflitto. Tanto più che lo stesso partito dell’ordine è pronto in ogni momento a far carta straccia dei principi universalisti solennemente sanciti nel momento in cui non sono più in grado di salvaguardare i suoi interessi particolari.

Marx, tuttavia, considera indispensabile calibrare i mezzi della lotta politica a seconda delle differenti situazioni storiche; fermo restando lo scopo finale, i mezzi per raggiungerlo saranno più o meno pacifici a seconda della disponibilità dell’avversario di classe ad accettare il piano del confronto delle idee senza ricorrere alla violenza aperta. Nonostante ritenga la guerra degli schiavi, in questo caso salariati, contro i loro padroni “la sola guerra giustificabile nella storia” [2], Marx rivendica l’utilizzo dei mezzi necessari alla vittoria di qualsiasi battaglia come “violenza seconda”, ovvero per rispondere a una violenza prima da parte degli sfruttatori, proprio per segnare sin dai mezzi utilizzati la civiltà superiore di cui sono portatori gli sfruttati di fronte ai loro sfruttatori che non hanno scrupoli di sorta. Come dimostra la lotta di classe ai tempi della Comune di Parigi, la borghesia quando vede messi in dubbio i propri privilegi sociali è disposta a ricorrere ai mezzi più violenti, a sopprimere i diritti più sacri che ha sancito nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e nelle diverse costituzioni, a cominciare da quello di associazione, d’espressione, d’opinione negli stessi organi rappresentativi, di stampa, fino a mettere in discussione l’habeas corpus, il diritto al giusto processo, il diritto di voto, stampa, associazione etc.

Tali tendenze regressive sono necessariamente in aumento, in quanto è lo sviluppo stesso del capitalismo a cui, contraddittoriamente, corrisponde anche l’evoluzione in senso imperialista del suo potere statuale, in cui la sottomissione reale al dominio capitalista fondato sull’asservimento del lavoro salariato trova il suo compimento. Il pieno sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici e della società borghese hanno il risultato paradossale per i suo apologeti di inceppare l’ulteriore sviluppo delle forze produttive, giustificazione principale al suo domino. La risposta più efficace alla crisi da parte della borghesia è meramente negativa e passa per la violenta distruzione delle forze produttive, umane e materiali. Il tentativo di uscire in avanti dalla crisi, mediante la sottomissione dell’intero globo ai suoi rapporti di produzione, la conquista del mercato mondiale, in realtà non fa che gettare le condizioni per “crisi più estese e più violente, riducendo i mezzi per prevenire le crisi” [3]. Il superamento realmente positivo della crisi consisterebbe, invece, nella rottura di rapporti di proprietà divenuti troppo angusti per contenere e dare nuovo impulso alla produzione di ricchezze sociali e materiali.

D’altra parte per quanto sempre più ingiusti, irrazionali e antieconomici divengano i privilegi della classe dominante, quest’ultima non vi rinuncerà mai in modo pacifico. Al contrario, ogni momento alto del conflitto di classe fra sfruttatori e sfruttati mette ancora più chiaramente in luce la reale portata della civiltà e giustizia borghese: “allora questa civiltà e questa giustizia si svelano come nuda barbarie e vendetta ex lege” [4]. Di fronte all’atteggiamento pusillanime, al cretinismo parlamentare dimostrato dai democratici e da un proletariato egemonizzato da dirigenti piccolo-borghesi, Marx richiama il fondamento del regime parlamentare borghese: il diritto al potere delle maggioranze, per chiamarle ad organizzarsi anche al di fuori del parlamento al fine d’impedire il colpo di Stato portato avanti ormai apertamente dai settori più retrivi della classe dominante. Predicare il legalitarismo, a fronte delle aperte mire eversive dei settori reazionari delle classi dirigenti, significa la sottomissione reale “al volere della controrivoluzione, che si imponeva come legge” [5].

Perciò Marx – pur criticando sin dagli anni giovanili i diritti umani borgesi da un “triplice punto di vista: il fondamento antropologico degli enunciati della cittadinanza, il carattere ‘astratto’ della loro forma, e per finire, lo stato del diritto che vi si trova racchiuso” [6] – al contempo non si esime dal criticare, altrettanto decisamente chi misconosce, particolarmente nelle fasi di forte regresso politico, la portata storica e universalistica dei diritti umani, in particolare dei diritti di cittadinanza.

Un evidente riconoscimento della portata storicamente progressiva dei diritti umani è testimoniata, ad esempio, da quanto notava Marx a proposito del tentativo compiuto in Russia di superare la servitù della gleba: “che ve ne pare, infatti, di un Alessandro II che proclama dei ‘diritti che appartengono ai contadini come diritti di natura e mai avrebbero potuto essere loro strappati’? Strani tempi davvero! Nel 1846 un papa dà il via a un movimento liberale; nel 1858 un autocrate russo, un samoderjetz vserosiiski, proclama i diritti dell’uomo! E vedremo come la proclamazione dello zar sia destinata ad avere un’eco mondiale e in ultima analisi un effetto di gran lunga maggiore di quella del liberalismo del papa” [7]. Qualsiasi costituzione, per quanto octroyé(ottriata vale a dire concessa dal sovrano) possa essere, non può cancellare del tutto la sua origine rivoluzionaria, non può evitare il richiamo fosse anche solo negativo al suo prototipo francese. Proprio per questo è il conflitto sociale a essere il reale motore del progresso storico, quantomeno nelle società divise in classi [8].

Come fa notare a questo proposito Marx: “è una storia vecchia come la storia delle nazioni. Di fatto, è impossibile emancipare la classe oppressa senza recare danno alla classe che vive su quella oppressione, e senza al tempo stesso sconvolgere l’intera sovrastruttura dello Stato fondato su una così triste base sociale. Quando arriva il momento dei cambiamenti, dapprima ci sono manifestazioni di grande entusiasmo, abbondano le gioiose felicitazioni per la buona volontà, con grande pompa di parole sul generale amore del progresso e così via. Ma non appena si deve passare dalle parole ai fatti, alcuni arretrano spaventati dinanzi ai fantasmi evocati, mentre i più si dichiarano pronti a combattere per i loro interessi reali o presunti. È sempre stato solo con l’aiuto della rivoluzione o della guerra che i governi legittimi d’Europa sono riusciti ad abolire la servitù della gleba. Il governo prussiano ha osato pensare l’emancipazione dei contadini solo mentre subiva il ferreo giogo di Napoleone; e perfino allora la questione fu definita in modo tale che nel 1848 la si dovette riaprire e, seppure in termini diversi, resta una questione ancora da risolvere con una rivoluzione futura. In Austria furono la rivoluzione del 1848 e l’insurrezione ungherese, e non il governo legittimo né la buona volontà delle classi dirigenti a risolvere la questione. In Russia, Alessandro I e Nicola, non per motivi umanitari ma per semplice ragione di Stato, tentarono di attuare un mutamento pacifico nelle condizioni delle masse, ed entrambi fallirono” [9].

Del resto è lo stesso modo di produzione capitalistico a non poter fare del tutto a meno della concezione borghese dei diritti umani, per quanto i suoi rappresentanti vi possano vedere un mero ostacolo al loro dominio sociale. In effetti, come osserva Marx, “affinché il possessore della forza-lavoro la venda come merce, egli deve poterne disporre, quindi essere libero proprietario della propria capacità di lavoro, della propria persona” [10]. Come appare evidente persino nel Manifesto del partito comunista, Marx è pienamente cosciente della carica rivoluzionaria del mondo borghese, proprio per la sua portata universalista espressa nel modo più chiaro nei diritti del cittadino. Tale universalismo è latore di un progresso storico universale, la realizzazione del mercato mondiale che spazza via unilateralità e ristrettezze nazionali ed è la base oggettiva indispensabile – pena il cadere nel rozzo comunismo della socializzazione della miseria – per l’effettiva emancipazione umana mediante la transizione al socialismo.

L’eguaglianza giuridica sancita formalmente dal sistema capitalistico è un fondamento storico indispensabile per ogni lotta che miri alla sua estensione anche agli esclusi, a coloro ai quali il liberalismo classico non riconosce lo statuto di homme, in quanto tale portatore di diritti imprescrittibili. La rivoluzione industriale distrugge con il suo fondamento materiale, in primo luogo il lavoro domestico, anche i vecchi rapporti familiari. Al diritto di sfruttamento del capitale sull’acquistata forza-lavoro infantile e alla difesa della patria potestas proletaria, costretta a vendere come merce i propri figli, la legislazione sul lavoro deve proclamare il diritto della prole. L’estensione dei diritti umani alla donna e al bambino, “per quanto terribile e repellente appaia la dissoluzione della vecchia famiglia entro il sistema capitalistico”, è il portato della rivoluzione industriale che getta il fondamento economico per il superamento dei rapporti patriarcali all’interno della famiglia, con la corrispondente emancipazione delle donne e il riconoscimento della personalità giuridica dei fanciulli” [11].

In tale prospettiva anche il richiamo ai droits de l’homme diviene indispensabile, se funzionale all’emancipazione di quelle che i padri nobili del liberalismo definivano “macchine bipedi”. Ma se a tali diritti si appellano i lavoratori, nella loro lotta sociale e politica, essi possono assumere un aspetto sovversivo: “i sentimentali Lords che si compiacciono di trattare i lavoratori come umili clienti, si indignano ogni qualvolta la plebaglia chiede diritti e non simpatia” [12].

Note:
[1] Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, tr. it. di P. Togliatti, Ed. Riuniti, Roma 1987, p. 126.
[2] K. Marx La guerra civile in Francia, in K. Marx - Friedrich Engels, Le opere, a cura di L. Gruppi, Ed. Riuniti, Roma 1971, p. 928.
[3] K. Marx - F. Engels, Opere complete 1845-1848, tr. it. di P. Togliatti, vol. VI, Ed. Riuniti, Roma 1978, p. 492.
[4] K. Marx La guerra civile in Francia, in op. cit., p. 925.
[5] Id., Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, tr. it. di P. Togliatti, Ed. Riuniti, Roma 1991, p. 75.
[6] Eustache Kouvélakis, Critica della cittadinanza; Marx e la “Questione ebraica”, tr. it. di N. Augeri, in «Marxismo Oggi» 1, Milano 2005, p. 64.
[7] K. Marx - F. Engels, Opere complete agosto 1858- febbraio 1860, op. cit.,vol. XVI, pp. 142-43.
[8] Del resto, come mostra Marx, solo mediante la socializzazione dei grandi mezzi di produzione le differenze di classe vengono progressivamente tolte, dal momento che tutta la popolazione entra tendenzialmente a far parte della classe produttiva.
[9] Ivi, p. 56.
[10] K. Marx, Il capitale, vol. I, tr. it. di D. Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1989, pp. 198-99.
[11] Ivi, pp. 535-36.
[12] K. Marx - F. Engels, Opere complete, marzo 1853 – febbraio 1854, tr. it. di F. Codino, vol. XII, p. 259.

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