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La VOCE 2001

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La VOCE ANNO XXII N°5

gennaio 2020

PAGINA a         - 25

la tortura sistematica dei palestinesi nelle carceri israeliane. yara hawari. 28 novembre 2019 – al shabaka - sintesi. il recente caso di samer arbeed ha evidenziato ancora una volta l’uso sistematico della tortura nei confronti dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. i soldati israeliani hanno arrestato arbeed nella sua casa di ramallah il 25 settembre 2019. lo hanno picchiato duramente prima di portarlo per un interrogatorio al centro di detenzione di al moscobiyye a gerusalemme. due giorni dopo, secondo il suo avvocato, è stato ricoverato in ospedale a causa delle pesanti torture ed è rimasto in condizioni critiche per diverse settimane. l’autorità giudiziaria aveva autorizzato in questo caso il servizio segreto israeliano, lo shin bet, a utilizzare “metodi fuori dall’ordinario” per ottenere informazioni senza passare per un procedimento giudiziario. ciò ha indotto amnesty international a condannare ciò che è accaduto ad arbeed in quanto “tortura autorizzata con strumenti legali”. (1) nell’agosto del 2019, poco prima dell’arresto di arbeed, le forze di occupazione israeliane hanno iniziato una campagna mirata contro i giovani palestinesi e hanno arrestato oltre 40 studenti dell’università di birzeit. gli arresti sono aumentati dopo la carcerazione di arbeed e, poiché a molti studenti è stato negato il diritto di incontrare i loro avvocati, si suppone anche che molti siano stati sottoposti a tortura. i fatti sopra riportati non rappresentano una novità. dall’istituzione dello stato di israele nel 1948, la israeli security agency (isa) ha sistematicamente torturato i palestinesi usando una varietà di tecniche. e sebbene molti paesi abbiano inserito il divieto di tortura nella loro legislazione nazionale (nonostante rimanga una pratica diffusa con il pretesto della sicurezza dello stato), israele ha intrapreso una strada diversa: non ha adottato una normativa nazionale che vieti l’uso della tortura e i suoi tribunali hanno permesso di utilizzare la tortura nei casi di “necessità”. ciò ha dato all’isa via libera nel fare ampio uso della tortura contro i prigionieri politici palestinesi. questo breve resoconto si concentra sull’uso della tortura nel processo detentivo israeliano (sia al momento dell’arresto che nelle carceri), tracciandone i momenti storici e i più recenti sviluppi. basandosi sul lavoro di varie organizzazioni palestinesi, il documento sostiene che la pratica della tortura, incorporata nel sistema carcerario israeliano, è sistematica e legittimata attraverso l’ordinamento giuridico interno. [il documento] indica chiaramente alla comunità internazionale la strada per inchiodare israele alle sue responsabilità e porre fine a queste violazioni. la tortura e la legge. la questione della tortura occupa un posto importante nelle discussioni su etica e moralità. molti hanno sostenuto che la pratica della tortura riflette una società malata e corrotta. in effetti, la tortura prevede la totale disumanizzazione di una persona e, una volta che ciò si verifica, i confini dell’abbruttimento sono senza limite. inoltre, mentre il pretesto comune degli apparati di sicurezza per l’utilizzo della tortura è che possa fornire informazioni vitali, ciò si è dimostrato del tutto infondato. molti esperti prestigiosi, e persino funzionari della cia, sostengono che le informazioni ottenute sotto tortura sono generalmente false. i prigionieri possono essere costretti a confessare qualsiasi cosa per fermare la sofferenza a cui vengono sottoposti. il sistema giuridico internazionale proibisce la tortura sulla base del diritto internazionale consuetudinario nonché di una serie di trattati internazionali e regionali. l’articolo 5 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma: “nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti”. il diritto internazionale umanitario, che regola il comportamento delle parti durante il conflitto, include anche il divieto di tortura. ad esempio, la terza convenzione di ginevra vieta la “violenza sulla vita e sulla persona, in particolare omicidi di ogni tipo, mutilazioni, trattamenti crudeli e torture”, nonché “oltraggi alla dignità personale, in particolare trattamenti umilianti e degradanti”. inoltre, la quarta convenzione afferma: “nessuna coercizione fisica o morale deve essere esercitata contro le persone sotto tutela, in particolare per ottenere informazioni da loro o da terzi”. il divieto di tortura è così assoluto che è considerato jus cogens [norme di carattere imperativo, ndtr.] nel diritto internazionale, il che significa che non è derogabile e che nessun’altra legge può soppiantarlo. eppure la tortura continua ad essere utilizzata da molti paesi in tutto il mondo. amnesty international la definisce una crisi globale, affermando di aver denunciato negli ultimi cinque anni violazioni del divieto di tortura da parte della grande maggioranza degli stati membri delle nazioni unite. la “guerra al terrore”, guidata dagli stati uniti dopo l’11 settembre, ha portato in particolare a terribili casi di torture sistematiche, inflitte soprattutto a prigionieri arabi e musulmani. il campo di detenzione di guantanamo bay, istituito dagli stati uniti nel 2002 per detenere “terroristi”, è stato e continua ad essere un luogo di tortura. immagini di prigionieri bendati, incatenati e inginocchiati a terra con tute arancione sono state diffuse in tutto il mondo. tuttavia forse le immagini più esplicite di questa condizione storica sono giunte dal carcere militare americano di abu ghraib in iraq. foto trapelate e testimonianze di militari hanno rivelato che la prigione era un luogo di torture su larga scala, incluso lo stupro di uomini, donne e bambini. all’epoca, l’amministrazione americana condannò questi atti e cercò di far credere che si trattasse di incidenti isolati. le organizzazioni per i diritti umani, inclusa human rights watch [ong statunitense per i diritti umani, ndtr.], hanno riferito il contrario. inoltre, recenti testimonianze da abu ghraib rivelano legami sinistri tra gli interrogatori statunitensi e quelli israeliani. in un libro di memorie, un ex addetto americano agli interrogatori in iraq ha affermato che l’esercito israeliano ha addestrato il personale americano in varie tecniche di interrogatori e torture, inclusa quella che è diventata nota come “seggiola palestinese”, in cui il prigioniero è costretto a sporgersi su una sedia in posizione accovacciata e con le mani legate ai piedi. la pratica, che provoca un dolore lancinante, è stata perfezionata sui palestinesi – da qui il suo nome – e adottata dagli americani in iraq. nonostante questi scandali, sono state intraprese pochissime azioni per proteggere i prigionieri di guerra e la tortura continua ad essere giustificata in nome della sicurezza. nella prima intervista di donald trump dopo che aveva prestato giuramento come presidente degli stati uniti, egli ha dichiarato che, nel contesto della “guerra al terrore”, “la tortura funziona”. anche prodotti di cultura di massa, quali programmi televisivi come “24” e “homeland” [patria, in italiano
“caccia alla spia”, serie televisiva statunitense, ndtr.] ” normalizzano l’utilizzo della tortura, in particolare contro arabi e musulmani, e promuovono l’idea che essa sia giustificata in funzione del bene superiore. vi è stato anche un recente incremento di serie televisive e film che mettono in scena le attività del mossad e dello shin bet, come “fauda”, “the spy” [la spia, ndtr.] e “dead sea diving resort” [paradiso delle immersioni nel mar morto, ndtr.], ognuno dei quali rende eroiche le attività dell’isa mentre demonizza i palestinesi come terroristi. queste serie e film presentano al mondo un’immagine di israele che gli consente di giustificare le sue violazioni del diritto internazionale, compresa la tortura. mentre israele ha ratificato la convenzione contro la tortura (cat) nel 1991, non l’ha integrata nella sua legislazione nazionale. inoltre, nonostante la commissione delle nazioni unite sostenga il contrario, israele sostiene che la cat non si applica al territorio palestinese occupato. (2) ciò consente a israele di affermare che non esiste alcun crimine di tortura in israele, tortura che è effettivamente consentita in caso di “necessità”, come è stato affermato a proposito del caso arbeed. questa “necessità” è anche conosciuta come la “bomba pronta ad esplodere”, una dottrina sulla sicurezza utilizzata da molti governi per giustificare la tortura e la violenza in situazioni considerate come strettamente dipendenti da contingenze temporali. israele ha anche approvato diverse sentenze sulla questione della tortura che hanno rafforzato e giustificato le attività dei suoi servizi di sicurezza. ad esempio, nel 1987 due palestinesi dirottarono un autobus israeliano e vennero in seguito catturati, picchiati e giustiziati dallo shin bet. sebbene ci fosse un divieto di pubblicazione sui media israeliani, i dettagli della tortura e dell’esecuzione trapelarono e portarono all’istituzione di una commissione governativa. mentre la commissione concluse che “la pressione [sui detenuti] non deve mai raggiungere il livello di tortura fisica … un grado moderato di pressione fisica non può essere evitato”. le raccomandazioni della commissione erano incompatibili con il diritto internazionale a causa della loro vaga definizione di “un grado moderato di pressione fisica “, e in sostanza diedero allo shin bet carta bianca al fine di torturare i palestinesi. oltre un decennio più tardi, e in seguito alla richiesta da parte delle organizzazioni per i diritti umani, nel 1999 la corte di giustizia israeliana ha emesso una sentenza secondo cui durante gli interrogatori dell’isa non sarebbe stato più permesso usare mezzi fisici nel corso degli interrogatori, mettendo così al bando l’uso della tortura. la corte ha stabilito che quattro metodi comuni di “pressione fisica” (scuotimento violento, incatenamento a una sedia in una posizione di tensione, essere costretto a lungo in una posizione accovacciata e la privazione del sonno) erano illegali. eppure la corte ha aggiunto una clausola che ha fornito una scappatoia per chi conduce gli interrogatori, vale a dire che coloro che utilizzino la pressione fisica non dovranno affrontare una responsabilità penale se si evince che lo abbiano fatto in una situazione di pericolo imminente o per la necessità di difendere lo stato – in altre parole, se il detenuto risulti essere una minaccia immediata per la sicurezza pubblica. la necessità della tortura in nome della sicurezza è stata riaffermata nel 2017, quando l’alta corte di giustizia israeliana ha emanato una sentenza a favore dello shin bet, con cui ha ammesso quelle che ha denominato “forme estreme di pressione” sul detenuto palestinese assad abu ghosh. la giustificazione è stata che abu ghosh fosse in possesso di informazioni su un imminente attacco terroristico. la corte lo ha ritenuto “un interrogatorio con tecniche avanzate” piuttosto che una tortura e ha dichiarato che fosse giustificato dalla dottrina della “bomba pronta ad esplodere”. analoghe sentenze sono state costantemente ripetute. sebbene le organizzazioni palestinesi per i diritti umani presentino regolarmente denunce alle autorità israeliane, raramente ricevono una risposta e, quando succede, è spesso per informare che il caso è stato chiuso a causa della mancanza di prove. in effetti, dal 2001 sono stati presentati 1.200 reclami contro i servizi di sicurezza per tortura, ma nessun agente è mai stato perseguito. il sistema carcerario israeliano: luoghi di tortura sistematica. ogni anno il sistema carcerario militare israeliano detiene e incarcera migliaia di prigionieri politici palestinesi, principalmente dai territori del 1967 [territori occupati da israele dopo la “guerra dei sei giorni” del 1967, conquiste mai riconosciute dall’onu, ndtr.]. dall’inizio dell’occupazione della cisgiordania e della striscia di gaza e dell’istituzione della legge marziale in quelle aree israele ha arrestato oltre 800.000 palestinesi, pari al 40% della popolazione maschile e un quinto della popolazione totale. la legge israeliana consente inoltre ai militari di trattenere un prigioniero per un massimo di sei mesi senza accusa, secondo una procedura nota come detenzione amministrativa. questo periodo può essere prolungato indefinitamente, mediante “imputazioni” tenute segrete. i prigionieri e i loro avvocati, quindi, non sanno di cosa sono accusati o quali prove vengono usate contro di loro. l’ultimo giorno del periodo di sei mesi chi è detenuto con tale modalità viene informato se sarà rilasciato o se la sua detenzione sarà ulteriormente prolungata. addameer-the prisoner support and human rights association [sostegno ai prigionieri e associazione per i diritti umani, ong palestinese costituita nel 1992, ndtr.] ha definito questa pratica come una forma di tortura psicologica. è durante il periodo iniziale della detenzione, sia amministrativa che di altro tipo, quando i detenuti sono spesso privati del contatto con avvocati o familiari, che sono sottoposti alle forme più severe di interrogatori e torture. se vengono sottoposti a processo, affrontano un giudizio da parte del personale militare israeliano e spesso si vedono negata un’ adeguata assistenza legale. questo sistema è illegale ai sensi delle leggi internazionali e organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno documentato una vasta gamma di violazioni dei diritti umani. ai bambini non viene risparmiata l’esperienza della prigionia e della tortura all’interno del sistema militare israeliano e quasi sempre viene loro negata la presenza della tutela dei genitori durante gli interrogatori. uno di questi esempi è del 2010, quando la polizia di frontiera israeliana ha arrestato il sedicenne mohammed halabiyeh nella sua città natale di abu dis. al momento dell’arresto la polizia gli ha rotto una gamba e lo ha picchiato, prendendo intenzionalmente a calci la gamba ferita. è stato interrogato per cinque giorni consecutivi e ha dovuto affrontare minacce di morte e violenza sessuale. è stato quindi ricoverato in ospedale, dove gli agenti israeliani hanno continuato ad abusare di lui facendo penetrare siringhe all’interno del suo corpo e dandogli pugni in faccia. halabiyeh è stato denunciato e sottoposto a processo come un adulto, come nel caso di tutti i minori palestinesi detenuti di età superiore ai 16 anni, in diretta violazione della convenzione sui diritti dell’infanzia. (3) israele arresta, detiene e processa ogni anno da 500 a 700 minori palestinesi. attualmente ci sono 5.000 prigionieri politici palestinesi; tra questi 190 minorenni, 43 donne e 425 prigioniere in stato di detenzione amministrativa, di cui la maggior parte è stata sottoposta a qualche forma di tortura. secondo addameer, i metodi più comuni utilizzati dallo shin bet e dagli agenti addetti all’interrogatorio includono: tortura di posizione: i detenuti vengono obbligati a stare in posizioni forzate, spesso con le mani legate dietro la schiena e i piedi incatenati mentre sono costretti a sporgersi in avanti. vengono lasciati in tali posizioni per periodi di tempo prolungati durante l’interrogatorio. pestaggi: i detenuti spesso subiscono pestaggi, sia a mani nude che con oggetti, e talvolta vengono tramortiti. isolamento: i detenuti vengono posti in isolamento o in confino solitario per lunghi periodi. ..segue ./.

La tortura sistematica dei palestinesi nelle carceri israeliane



Yara Hawari

28 novembre 2019 – al Shabaka - Sintesi

Il recente caso di Samer Arbeed ha evidenziato ancora una volta l’uso sistematico della tortura nei confronti dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. I soldati israeliani hanno arrestato Arbeed nella sua casa di Ramallah il 25 settembre 2019. Lo hanno picchiato duramente prima di portarlo per un interrogatorio al centro di detenzione di Al Moscobiyye a Gerusalemme. Due giorni dopo, secondo il suo avvocato, è stato ricoverato in ospedale a causa delle pesanti torture ed è rimasto in condizioni critiche per diverse settimane. L’autorità giudiziaria aveva autorizzato in questo caso il servizio segreto israeliano, lo Shin Bet, a utilizzare “metodi fuori dall’ordinario” per ottenere informazioni senza passare per un procedimento giudiziario. Ciò ha indotto Amnesty International a condannare ciò che è accaduto ad Arbeed in quanto “tortura autorizzata con strumenti legali”. (1)

Nell’agosto del 2019, poco prima dell’arresto di Arbeed, le forze di occupazione israeliane hanno iniziato una campagna mirata contro i giovani palestinesi e hanno arrestato oltre 40 studenti dell’Università di Birzeit. Gli arresti sono aumentati dopo la carcerazione di Arbeed e, poiché a molti studenti è stato negato il diritto di incontrare i loro avvocati, si suppone anche che molti siano stati sottoposti a tortura.

I fatti sopra riportati non rappresentano una novità. Dall’istituzione dello Stato di Israele nel 1948, la Israeli Security Agency (ISA) ha sistematicamente torturato i palestinesi usando una varietà di tecniche. E sebbene molti Paesi abbiano inserito il divieto di tortura nella loro legislazione nazionale (nonostante rimanga una pratica diffusa con il pretesto della sicurezza dello Stato), Israele ha intrapreso una strada diversa: non ha adottato una normativa nazionale che vieti l’uso della tortura e i suoi tribunali hanno permesso di utilizzare la tortura nei casi di “necessità”. Ciò ha dato all’ISA via libera nel fare ampio uso della tortura contro i prigionieri politici palestinesi.

Questo breve resoconto si concentra sull’uso della tortura nel processo detentivo israeliano (sia al momento dell’arresto che nelle carceri), tracciandone i momenti storici e i più recenti sviluppi. Basandosi sul lavoro di varie organizzazioni palestinesi, il documento sostiene che la pratica della tortura, incorporata nel sistema carcerario israeliano, è sistematica e legittimata attraverso l’ordinamento giuridico interno. [Il documento] indica chiaramente alla comunità internazionale la strada per inchiodare Israele alle sue responsabilità e porre fine a queste violazioni.

La tortura e la legge

La questione della tortura occupa un posto importante nelle discussioni su etica e moralità. Molti hanno sostenuto che la pratica della tortura riflette una società malata e corrotta. In effetti, la tortura prevede la totale disumanizzazione di una persona e, una volta che ciò si verifica, i confini dell’abbruttimento sono senza limite. Inoltre, mentre il pretesto comune degli apparati di sicurezza per l’utilizzo della tortura è che possa fornire informazioni vitali, ciò si è dimostrato del tutto infondato. Molti esperti prestigiosi, e persino funzionari della CIA, sostengono che le informazioni ottenute sotto tortura sono generalmente false. I prigionieri possono essere costretti a confessare qualsiasi cosa per fermare la sofferenza a cui vengono sottoposti.

Il sistema giuridico internazionale proibisce la tortura sulla base del diritto internazionale consuetudinario nonché di una serie di trattati internazionali e regionali. L’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma: “Nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti”. Il diritto internazionale umanitario, che regola il comportamento delle parti durante il conflitto, include anche il divieto di tortura. Ad esempio, la terza Convenzione di Ginevra vieta la “violenza sulla vita e sulla persona, in particolare omicidi di ogni tipo, mutilazioni, trattamenti crudeli e torture”, nonché “oltraggi alla dignità personale, in particolare trattamenti umilianti e degradanti”. Inoltre, la Quarta Convenzione afferma: “Nessuna coercizione fisica o morale deve essere esercitata contro le persone sotto tutela, in particolare per ottenere informazioni da loro o da terzi”.

Il divieto di tortura è così assoluto che è considerato jus cogens [norme di carattere imperativo, ndtr.] nel diritto internazionale, il che significa che non è derogabile e che nessun’altra legge può soppiantarlo. Eppure la tortura continua ad essere utilizzata da molti Paesi in tutto il mondo. Amnesty International la definisce una crisi globale, affermando di aver denunciato negli ultimi cinque anni violazioni del divieto di tortura da parte della grande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite.

La “guerra al terrore”, guidata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, ha portato in particolare a terribili casi di torture sistematiche, inflitte soprattutto a prigionieri arabi e musulmani. Il campo di detenzione di Guantanamo Bay, istituito dagli Stati Uniti nel 2002 per detenere “terroristi”, è stato e continua ad essere un luogo di tortura. Immagini di prigionieri bendati, incatenati e inginocchiati a terra con tute arancione sono state diffuse in tutto il mondo.

Tuttavia forse le immagini più esplicite di questa condizione storica sono giunte dal carcere militare americano di Abu Ghraib in Iraq. Foto trapelate e testimonianze di militari hanno rivelato che la prigione era un luogo di torture su larga scala, incluso lo stupro di uomini, donne e bambini. All’epoca, l’amministrazione americana condannò questi atti e cercò di far credere che si trattasse di incidenti isolati. Le organizzazioni per i diritti umani, inclusa Human Rights Watch [ong statunitense per i diritti umani, ndtr.], hanno riferito il contrario.

Inoltre, recenti testimonianze da Abu Ghraib rivelano legami sinistri tra gli interrogatori statunitensi e quelli israeliani. In un libro di memorie, un ex addetto americano agli interrogatori in Iraq ha affermato che l’esercito israeliano ha addestrato il personale americano in varie tecniche di interrogatori e torture, inclusa quella che è diventata nota come “seggiola palestinese”, in cui il prigioniero è costretto a sporgersi su una sedia in posizione accovacciata e con le mani legate ai piedi. La pratica, che provoca un dolore lancinante, è stata perfezionata sui palestinesi – da qui il suo nome – e adottata dagli americani in Iraq.

Nonostante questi scandali, sono state intraprese pochissime azioni per proteggere i prigionieri di guerra e la tortura continua ad essere giustificata in nome della sicurezza. Nella prima intervista di Donald Trump dopo che aveva prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti, egli ha dichiarato che, nel contesto della “guerra al terrore”, “la tortura funziona”. Anche prodotti di

cultura di massa, quali programmi televisivi come “24” e “Homeland” [Patria, in italiano “Caccia alla spia”, serie televisiva statunitense, ndtr.] ” normalizzano l’utilizzo della tortura, in particolare contro arabi e musulmani, e promuovono l’idea che essa sia giustificata in funzione del bene superiore. Vi è stato anche un recente incremento di serie televisive e film che mettono in scena le attività del Mossad e dello Shin Bet, come “Fauda”, “The Spy” [La Spia, ndtr.] e “Dead Sea Diving Resort” [Paradiso delle immersioni nel Mar Morto, ndtr.], ognuno dei quali rende eroiche le attività dell’ISA mentre demonizza i palestinesi come terroristi. Queste serie e film presentano al mondo un’immagine di Israele che gli consente di giustificare le sue violazioni del diritto internazionale, compresa la tortura.

Mentre Israele ha ratificato la Convenzione contro la tortura (CAT) nel 1991, non l’ha integrata nella sua legislazione nazionale. Inoltre, nonostante la commissione delle Nazioni Unite sostenga il contrario, Israele sostiene che la CAT non si applica al territorio palestinese occupato. (2) Ciò consente a Israele di affermare che non esiste alcun crimine di tortura in Israele, tortura che è effettivamente consentita in caso di “necessità”, come è stato affermato a proposito del caso Arbeed. Questa “necessità” è anche conosciuta come la “bomba pronta ad esplodere”, una dottrina sulla sicurezza utilizzata da molti governi per giustificare la tortura e la violenza in situazioni considerate come strettamente dipendenti da contingenze temporali.

Israele ha anche approvato diverse sentenze sulla questione della tortura che hanno rafforzato e giustificato le attività dei suoi servizi di sicurezza. Ad esempio, nel 1987 due palestinesi dirottarono un autobus israeliano e vennero in seguito catturati, picchiati e giustiziati dallo Shin Bet. Sebbene ci fosse un divieto di pubblicazione sui media israeliani, i dettagli della tortura e dell’esecuzione trapelarono e portarono all’istituzione di una commissione governativa. Mentre la commissione concluse che “la pressione [sui detenuti] non deve mai raggiungere il livello di tortura fisica … un grado moderato di pressione fisica non può essere evitato”. Le raccomandazioni della commissione erano incompatibili con il diritto internazionale a causa della loro vaga definizione di “un grado moderato di pressione fisica “, e in sostanza diedero allo Shin Bet carta bianca al fine di torturare i palestinesi.

Oltre un decennio più tardi, e in seguito alla richiesta da parte delle organizzazioni per i diritti umani, nel 1999 la Corte di Giustizia israeliana ha emesso una sentenza secondo cui durante gli interrogatori dell’ISA non sarebbe stato più permesso usare mezzi fisici nel corso degli interrogatori, mettendo così al bando l’uso della tortura. La corte ha stabilito che quattro metodi comuni di “pressione fisica” (scuotimento violento, incatenamento a una sedia in una posizione di tensione, essere costretto a lungo in una posizione accovacciata e la privazione del sonno) erano illegali. Eppure la corte ha aggiunto una clausola che ha fornito una scappatoia per chi conduce gli interrogatori, vale a dire che coloro che utilizzino la pressione fisica non dovranno affrontare una responsabilità penale se si evince che lo abbiano fatto in una situazione di pericolo imminente o per la necessità di difendere lo Stato – in altre parole, se il detenuto risulti essere una minaccia immediata per la sicurezza pubblica.

La necessità della tortura in nome della sicurezza è stata riaffermata nel 2017, quando l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha emanato una sentenza a favore dello Shin Bet, con cui ha ammesso quelle che ha denominato “forme estreme di pressione” sul detenuto palestinese Assad Abu Ghosh. La giustificazione è stata che Abu Ghosh fosse in possesso di informazioni su un imminente attacco terroristico. La corte lo ha ritenuto “un interrogatorio con tecniche avanzate” piuttosto che una tortura e ha dichiarato che fosse giustificato dalla dottrina della “bomba pronta ad esplodere”. Analoghe sentenze sono state costantemente ripetute.

Sebbene le organizzazioni palestinesi per i diritti umani presentino regolarmente denunce alle autorità israeliane, raramente ricevono una risposta e, quando succede, è spesso per informare che il caso è stato chiuso a causa della mancanza di prove. In effetti, dal 2001 sono stati presentati 1.200 reclami contro i servizi di sicurezza per tortura, ma nessun agente è mai stato perseguito.

Il sistema carcerario israeliano: luoghi di tortura sistematica

Ogni anno il sistema carcerario militare israeliano detiene e incarcera migliaia di prigionieri politici palestinesi, principalmente dai territori del 1967 [territori occupati da Israele dopo la “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, conquiste mai riconosciute dall’ONU, ndtr.]. Dall’inizio dell’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e dell’istituzione della legge marziale in quelle aree Israele ha arrestato oltre 800.000 palestinesi, pari al 40% della popolazione maschile e un quinto della popolazione totale.

La legge israeliana consente inoltre ai militari di trattenere un prigioniero per un massimo di sei mesi senza accusa, secondo una procedura nota come detenzione amministrativa. Questo periodo può essere prolungato indefinitamente, mediante “imputazioni” tenute segrete. I prigionieri e i loro avvocati, quindi, non sanno di cosa sono accusati o quali prove vengono usate contro di loro. L’ultimo giorno del periodo di sei mesi chi è detenuto con tale modalità viene informato se sarà rilasciato o se la sua detenzione sarà ulteriormente prolungata. Addameer-the Prisoner Support and Human Rights Association [Sostegno ai prigionieri e associazione per i diritti umani, Ong palestinese costituita nel 1992, ndtr.] ha definito questa pratica come una forma di tortura psicologica.

È durante il periodo iniziale della detenzione, sia amministrativa che di altro tipo, quando i detenuti sono spesso privati del contatto con avvocati o familiari, che sono sottoposti alle forme più severe di interrogatori e torture. Se vengono sottoposti a processo, affrontano un giudizio da parte del personale militare israeliano e spesso si vedono negata un’ adeguata assistenza legale. Questo sistema è illegale ai sensi delle leggi internazionali e organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno documentato una vasta gamma di violazioni dei diritti umani.

Ai bambini non viene risparmiata l’esperienza della prigionia e della tortura all’interno del sistema militare israeliano e quasi sempre viene loro negata la presenza della tutela dei genitori durante gli interrogatori. Uno di questi esempi è del 2010, quando la polizia di frontiera israeliana ha arrestato il sedicenne Mohammed Halabiyeh nella sua città natale di Abu Dis. Al momento dell’arresto la polizia gli ha rotto una gamba e lo ha picchiato, prendendo intenzionalmente a calci la gamba ferita. È stato interrogato per cinque giorni consecutivi e ha dovuto affrontare minacce di morte e violenza sessuale. È stato quindi ricoverato in ospedale, dove gli agenti israeliani hanno continuato ad abusare di lui facendo penetrare siringhe all’interno del suo corpo e dandogli pugni in faccia. Halabiyeh è stato denunciato e sottoposto a processo come un adulto, come nel caso di tutti i minori palestinesi detenuti di età superiore ai 16 anni, in diretta violazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia. (3) Israele arresta, detiene e processa ogni anno da 500 a 700 minori palestinesi.

Attualmente ci sono 5.000 prigionieri politici palestinesi; tra questi 190 minorenni, 43 donne e 425 prigioniere in stato di detenzione amministrativa, di cui la maggior parte è stata sottoposta a qualche forma di tortura. Secondo Addameer, i metodi più comuni utilizzati dallo Shin Bet e dagli agenti addetti all’interrogatorio includono:

  • Tortura di posizione: i detenuti vengono obbligati a stare in posizioni forzate, spesso con le mani legate dietro la schiena e i piedi incatenati mentre sono costretti a sporgersi in avanti. Vengono lasciati in tali posizioni per periodi di tempo prolungati durante l’interrogatorio.
  • Pestaggi: i detenuti spesso subiscono pestaggi, sia a mani nude che con oggetti, e talvolta vengono tramortiti.
  • Isolamento: i detenuti vengono posti in isolamento o in confino solitario per lunghi periodi.
..segue ./.

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